sabato 4 maggio 2019

Morti sul lavoro e flessibilità

Bisogna riconoscere a chi continua ad impegnarsi a contare i morti sul lavoro e a denunciare i singoli casi, il merito di essere riusciti ad ottenere un po' di attenzione da parte di Radio, TV. Meno, direi, da parte dei giornali.

E dobbiamo prevedere che a fine 2019 i morti per infortuni lavorativi saranno oltre 1.200, circa il triplo del numero degli omicidi.
Quindi, chi vuole "garantire la sicurezza degli italiani" avrebbe un tema prioritario a cui dedicarsi. Ma non solo la sicurezza e la salute sul lavoro non sono più un tema centrale nella nostra società, ma  il lavoro stesso è un tema trascurato. Non perché non se ne parli, ma perché si parla di come "creare" lavoro, ma non di come il lavoro debba essere.
Allora bisogna entrare nel merito.
Per farlo dobbiamo in primo luogo dirci che anche un solo morto sul lavoro è un morto di troppo, ma dobbiamo anche capire che ogni morto in meno è un passo avanti.
Nel 1962 i morti sul lavoro erano 4.200; e questo numero non considera i dipendenti dello Stato, parte dell'agricoltura e i morti su strada (che peraltro all'epoca si può ragionevolmente ritenere che fossero meno)
Oggi le morti per infortunio sul lavoro per il 50% avvengono sul luogo di lavoro e per il 50% avvengono su strada. Queste ultime sono costituite dagli "infortuni stradali" cioè dagli infortuni che avvengono mentre si usa un mezzo di trasporto per lavoro (dagli autisti,fattorini ai manutentori che si recano in una fabbrica o gli edili che raggiungono un cantiere) e dagli "infortuni in itinere", quelli che avvengono mentre ci si reca al lavoro o si torna a casa.
Quindi dobbiamo in primo luogo essere coscienti che in Italia oggi si muore sul lavoro molto meno che in passato.
E questo grazie a molti fattori a partire dalle lotte operaie del 1969 ed al rifiuto della monetizzazione del rischio.  All'impegno della politica degli anni '70 (chi si ricorda o chi sa cosa erano le "Unità di Base"?). All'attenzione di molti delegati sindacali.