lunedì 2 aprile 2018

Riparliamo di sicurezza sul lavoro

In questi giorni una serie di infortuni lavorativi mortali ha "richiamato l'attenzione" sul tema della sicurezza sul lavoro. 
Si sentono appelli a "più controlli"  a "più formazione professionaleoltre che a maledizioni rituali verso svariate categorie di soggetti.  
Ovviamente non sono mancati richiami a "più risorse agli ispettorati del lavoro", conditi questa volta dalla perla di un sindacalista di livello nazionale che ha parlato del problema della "concorrenza con le ASL".
Proviamo a fare un po' d'ordine....
Quasi tutti i drammi di questi giorni sono infortuni "da lavoro in ambienti confinati".
Esiste una normativa specifica alla luce della quale il datore di lavoro deve valutare i rischi ed adottare le misure di prevenzione o protezione (NdR: per la differenza tra prevenzione  protezione rimando ad altri post o alla letteratura scientifica) necessarie.  
Come per altri rischi si fa riferimento a misure tecniche, organizzative, procedurali, oltre che a DPI, informazione, formazione, addestramento, .... 
Fino a qui, tutto semplice, o quasi ...
Le riflessioni che seguono sono riferite in generale alla prevenzione degli infortuni lavorativi, o, più pragmaticamente, alla prevenzione degli infortuni gravi. Non è un modo per allontanarsi dallo specifico problema, ma un tentativo di semplificare ed inquadrare  il tema
  • Le misure che rientrano nelle categorie sopraindicate devono essere tra loro coordinate e devono "dialogare". Si può pensare che sia un requisito scontato, ma non è così. E tendenzialmente le aziende adempiono agli obblighi "efficientemente" sviluppando quanto dovuto mediante diversi canali produttivi. Purtroppo così facendo si perde in "efficacia".
  • Salvo rischi elementari, magari anche gravi, le "misure di  prevenzione" devono essere sempre adattate allo specifico contesto. Questo vale in particolare per le misure a carattere organizzativo e procedurale. I "precotti" spesso forniti alle aziende da consulenti per la sicurezza, danno l'illusione di avere adempiuto ad obblighi di legge, e tendenzialmente fanno danni.
  • Per rischi rilevanti e gravi ovviamente sale il livello di attenzione e migliora la qualità della prevenzione. Ma occorre che i rischi siano individuati e percepiti (o non sottovalutati). Cosa difficile nelle piccole aziende che, prese singolarmente, hanno una probabilità bassissima di eventi gravi. Quanto poi i rischi si manifestano solo in situazioni occasionali, la situazione diventa più insidiosa. La campagna del Presidente Napolitano (proprio per l'epidemia di morti in ambienti confinati) fu un'ammirevole tentativo di tenere alta l'attenzione. Ma evidentemente occorrono azioni di altra natura.
  • La sicurezza per il lavoro in ambienti confinati potrebbe sicuramente essere migliorata  da attività di controllo da parte dell'organo di vigilanza (Attualmente gli SPreSAL delle ASL). Occorre però considerare che:  
  • Un intervento di vigilanza ("un controllo") nella pratica non può riguardare tutti i rischi. E nemmeno tutti i rischi prioritari. Salvo che eventualmente per luoghi di lavoro molto piccoli, o per attività lavorative con rischi estremamente bassi.  
  • In alcuni casi i rischi da lavoro in ambienti confinati sono di facile individuazione (per esempio parrebbe a Livorno ...), in altri casi sono rischi non facilmente individuabili in assenza di specifiche attività (e soprattutto sussistono forti limiti nelle verifiche effettuabili). 
  • In Italia abbiamo circa 4 milioni di aziende (più tutta l'agricoltura e tutto lo Stato) e poco più del 95% delle aziende  ha fino a 5 addetti. Tutta questa frammentazione  non è inserita in un sistema di classificazione obbligatorio ed attendibile (la classificazione ISTAT è poco attendibile in quanto l'uso di criteri di fantasia nell'autoclassificazione è sostanzialmente accettato). 
  • Le "voci di tariffa" INAIL sono più aderenti alla realtà ("le assicurazioni verificano ....") ma aiutano ad individuare solo parte delle attività ed alcune tipologie di rischi.

  
Un Paese che intende affrontare la questione dei morti da lavoro in ambienti confinati può percorrere diverse vie. Una soluzione relativamente semplice è quella di introdurre l'obbligo di notificare (on line) l'avvenuta effettuazione della valutazione del rischio da ambienti confinati (valutazione già obbligatoria) comunicando se la tematica è presente in azienda oppure no. Limitare l'obbligo - per esempio - alle aziende con più di 20 addetti ed alle piccole aziende operano nello specifico settore (spurghi pulizia cisterne, ecc...) significa limitare l'obbligo di una comunicazione on-line a circa il 2% delle aziende.
Ovviamente i ragionamenti possono essere fatti in modo più specifico e completo (relativamente agli evidenti limiti ricordo solo che "il meglio è nemico del bene", ma un blog non è la sede giusta per approfondire.

Ma ci sono ancora 3 cose da dire.
  • Gli infortuni mortali aumentano: Si aumenta il numero degli infortuni mortali. Per parlare di frequenza occorrerà poter calcolare dei tassi di frequenza, ma questo in Italia è possibile solo con 2 anni di ritardo. Ma siamo certi che ci sia un'aumento degli infortuni lavorativi, perché questo è successo ad ogni ripresa economica. Aumentano i numeri, ma aumenta anche la frequenza degli infortuni, perché si lavora in modo più disordinato.
  • Eticamente non è accettabile un solo morto sul lavoro. ma dobbiamo dire che nel 1962 i morti sul lavoro erano circa 4.200. E l'agricoltura era considerata solo parzialmente e non si consideravano gli infortuni su strada. Quest'anno è tragicamente realistico pensare che i morti sul lavoro saranno circa 1.400, metà dei quali su strada (e questi non sono "meno morti sul lavoro"). E' una tragedia immane (un insieme di immani tragedie) ma occorre anche vedere il bicchiere mezzo pieno. Non  per rispetto per tutti quelli (a partire dai sindacati) che nell'ultimo mezzo secolo si sono impegnati per il miglioramento  della sicurezza sul lavoro, ma per non buttare il bambino con l'acqua sporca. 
  • E' chiedere troppo, chiedere che finisca questa storia dell'invocare risorse per gli ispettorati del lavoro dopo ogni tragedia, quando da quasi 40 anni gli ispettorati non hanno competenze in materia? (ed in realtà hanno anche cambiato nome). Non è questione di concorrenza tra Enti. Gli Ispettorati hanno competenze fondamentali per i lavoratori, e svolgono un lavoro eccellente. Ma sono competenze diverse. 
  • L'approccio derivante dal trasferimento al SSN  delle competenze in materia di sicurezza e e salute sul lavoro ha avuto successo ed è consistito tra l'altro nell' "istituzionalizzazione" di un approccio in cui si entra in azienda dalla porta dei rischi e non da quella dell'ottemperanza.
  • L'ultima crisi economica ha causato disastri ed i tagli alla sanità hanno falcidiato le risorse. Porre rimedio fa parte delle scelte politiche. E se parallelamente si garantirà che le Regioni esercitino un ruolo vicariante sulle ASL, in caso di inazione da parte delle Direzioni aziendali e che lo Stato eserciti una funzione vicariate sulle Regioni quanto queste sono inerti.,. garantiremo il superamento delle attuali criticità (e delel attività a pelle di leopardo). Non c'è nulla di particolarmente complesso: un minimo di organici, tanta formazione mirata, ed un poco di strumenti.
Carlo




  

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